.com ringrazia

GRAZIE! A tutte le persone che in questi giorni ed ultime settimane hanno vissuto e condiviso la Contemporaneità pratese con grande partecipazione. Il “Grand Opening” del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci ha portato in città una enorme affluenza di curiosi, appassionati, professionisti e creativi, dedicando anche una parte della sua comunicazione al progetto Puntocon #contemporaneocondiviso . Inoltre sostenendoci sui principali canali web, ha permesso l’ampliamento dei percorsi di visita e scoperta della cultura cittadina, stimolando una grossa partecipazione anche a tutti gli eventi culturali organizzati dai nostri spazi indipendenti. Un ringraziamento sentito anche a Simone Mangani, Assessorato alla Cultura di Prato, per aver voluto, promosso e finanziato questo bellissimo progetto di network per la promozione e il coordinamento degli eventi e delle attività dell’Art district Pratese.

Con il contributo di: Comune di Prato, Assessorato alla Cultura
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Franco Menicagli _ Cemento

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Franco Menicagli _ Cemento
a cura di Špela Zidar

inaugurazione | giovedì 13.10.2016 dalle ore 18.00
MOO | via San Giorgio 9A, Prato

La mostra CEMENTO riflette sulla necessità dell’uomo di costruire; ingegnarsi ed inventare per andare sempre più in alto, unire i materiali, cementarli insieme, inserendoli nel paesaggio portandovi sia i benefici urbanistici che gli svantaggi legati all’eccesiva cementificazione. Anche l’atto del costruire nel lavoro di Menicagli è sempre in relazione con l’ambiente circostante, che serve da contenitore alle sue sculture elastiche, permettendo loro di prendere forma.
Da MOO l’artista presenta un’installazione ambientale, costruita con materiali poveri, composta da pilastri di supporto rivestiti da mattonelle di recupero che costituiscono le solide fondamenta dalle quali cresce una scultura organica di listelli di legno che come un’esplosione riempie entrambi gli spazi della galleria.

Il punto di partenza dell’installazione sono i pilastri, apparentemente in cemento armato, nella società moderna il simbolo per eccellenza del costruire; dalla loro sommità fuoriescono ferri di richiamo sporgenti, che hanno ispirato l’artista durante i suoi viaggi nel sud Italia, e che rappresentano sia la futura possibilità di ulteriore sviluppo ed elevazione della struttura, sia il fallimento che ne ha fermato momentaneamente la crescita.
Vecchie e colorate mattonelle di recupero, di quelle trovate nelle case dopo i lavori di ristrutturazione, fungono da cassaforma durante la realizzazione dei pilastri. All’interno viene colato non del cemento, ma gesso e schiuma poliuretanica, ovvero materiali fragili che contrastano con l’apparente solidità del pilastro. La scelta di utilizzare elementi di rivestimento come le mattonelle impiegandole come supporto strutturale, converte i rapporti tra contenuto e contenitore, inoltre le decorazioni e i pattern trovati sulle vecchie mattonelle risultano spesso familiari, in grado di innescare ricordi e relazioni nello spettatore, spaesato dal vedere un materiale appartenente alla sua storia o alla sua quotidianità, all’interno dello spazio espositivo.
Questo trompe l’oeil del materiale, sia nella fabbricazione dei pilastri che nel loro rivestimento, è utilizzato con l’intento di rivelare l’idea di una costruzione stabile, con i suoi riferimenti ad elementi strutturali, ma allo stesso tempo precaria e dipendente dal contesto che la ospita.
L’artista così sceglie di completare l’installazione con la struttura aerea dalle forme morbide e ondulate dei listelli di legno che, uniti da fascette auto bloccanti, si elevano dai pilastri circoscrivendo e accarezzando lo spazio. Assumendo forme sinuose e delicate, sembrano sconfiggere la forza di gravità e fluttuare al suo interno in un equilibrio instabile, ma resistente. La progettualità minima permette all’artista di formare l’opera mentre la crea, facendola sembrare una forma vivente cresciuta all’interno dello spazio, fuggita al controllo sia dell’artista che dello spettatore. La scultura, ormai indipendente, riempie e penetra liberamente gli spazi che la contengono, seguendo regole e ritmi apparentemente propri.

Tutto rimane essenziale, continuamente labile e in ridefinizione, in costante bilico tra lo stabile e il precario, tra le forme geometriche e quelle organiche. Un’opera, forte nella sua possibilità di adattamento e allo stesso tempo fragile nel suo essere effimera, che dipende quasi completamente dal suo contenitore architettonico, e che permette all’artista di indagare sul rapporto simbiotico tra uomo, opera e ambiente, consentendo allo spettatore la rilettura del suo rapporto con lo spazio.